A guardarlo mentre muove la mani si resta incantati. Perché con i fili intrecciati tra le dita riesce a dare voce a storie di epoche lontane che hanno suoni e movenze non sempre conosciuti. Salvatore Taccardi, 70 anni, di Canosa di Puglia (Barletta – Andria – Trani) è l’ultimo marionettista del paese e «forse anche di Puglia», dice. Assieme a sua moglie Rosa, custodisce uno scorcio di storia finora quasi sconosciuto, una tradizione teatrale dispiegata in copioni manoscritti che narrano di vicende epiche e storiche.

Le marionette – alte più di un metro, dal peso pari a 35 chili – sono più di 150 e risalgono al 1882. «Attenzione – ammonisce – non sono pupi né burattini: bisogna essere chiari. Perché queste, si muovono piegando braccia e gambe». Assieme alle marionette conserva anche le locandine degli spettacoli e le scenografie: tutte rigorosamente dipinte a mano. Sembrano arazzi con cavalieri che combattono e traditori, come Gano di Magonza finito squartato. «La mia famiglia le ha portate in giro per tutta Italia – racconta- ricordo che nei primi anni Ottanta eravamo ad Acireale, patria dei pupi. Partecipavamo a un festival assieme a una ventina di compagnie: fummo premiati da Arnoldo Foà, l’attore. Ci classificammo primi nella terra dei pupari: una gioia e una soddisfazione immense».

Salvatore si muove tra le sue creature con disinvoltura e attenzione. Le marionette, con teste create da legni di noce o faggio, hanno occhi in cristallo, abiti in velluto e corazze argentee lavorate a mano e sanno dare vita ai paladini di Francia, di Carlo Magno, delle Crociate, con copioni tratti dalla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso e dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Testi manoscritti in linguaggio popolare per educare alla cultura coinvolgendo così il pubblico dell’epoca, non proprio edotto ma curioso del passato. «Non c’era per tutti la possibilità di andare a scuola e con i nostri spettacoli si imparavano gli eventi della storia», spiega mentre srotola un enorme arazzo. «È la scenografia di uno spettacolo, faceva da sfondo al castello il cui ponte ancora funziona», mostra fiero. «Con mio padre e mio fratello – sottolinea rammaricandosi di essere l’ultimo erede di questa tradizione popolare – abbiamo lavorato tanto alle rappresentazioni: le guardo e penso ai viaggi, a mia madre che ci supportava. Sono un pezzo di cuore». Oggi, si augura Salvatore, spero «che nasca un museo delle marionette così tutti potranno conoscerle, ammirarle e imparare la loro storia e quella di Canosa».